XIV Convegno di Sociologia dell'Ambiente
Crisi e complessità. Clima, beni comuni, biodiversità, cibo, desertificazione, migrazioni, pace, siccità, suolo.
PREFAZIONE
La crisi del capitalismo e la crisi ambientale sono due facce di una stessa medaglia. La crisi ambientale deriva dal generale rapporto di predazione e spoliazione delle risorse naturali, caratteristico del modo capitalistico di produzione e consumo; devastante, quale si è mostrato nella sua non lontana fase “iperliberista”, superata dall’intervento pubblico per affrontare il flagello del Covid.
I danni sociali della crisi economica sono drammaticamente evidenti, mentre le altrettanto drammatiche conseguenze della crisi ambientale faticano a divenire consapevolezza comune dei singoli come dell’intera comunità umana. Diventa allora necessario valutare i dati globali di questa crisi per superare il ritardo che registriamo per la più grande minaccia di questo secolo: i cambiamenti climatici, o meglio, l’avvenuto passaggio all’instabilità climatica, perdurante nei prossimi decenni e che, pertanto, non potrà più essere considerata come un’emergenza. È il conto alla rovescia delle capacità di supportare la vita sul Pianeta da parte dei sistemi che regolano l’economia della natura dalla quale dipendiamo, in quanto Oïkos è sempre meno in grado di supportare Bios. Già il “libro bianco” prodotto nel 1993 da Jacques Delors, allora presidente della Commissione Europea, propose nuovi temi e le indicazioni per un nuovo modello, che nel progressivo affermarsi della green economy fornisce oggi una straordinaria opportunità, una risposta alla richiesta di “razionalità globale”: la riconversione ecologica dell’economia e della società. Contro questa imprescindibile necessità si è aggiunta nell’ultimo anno la scellerata invasione dell’Ucraina, che ci sottolinea drammaticamente come la Seconda guerra mondiale non sia mai finita. Ancora duecento conflitti, dei quali abbiamo, e non sempre, solo una marginane contezza, sono aperti in Africa, Asia e Sud America.
Laceranti conflitti, feroci persecuzioni, che insieme all’imperversare dei cambiamenti climatici, sic-
cità in testa, spingono milioni di disperati lontani dalle loro case, dai loro Paesi. Fino alle tragedie dei barconi. Al di là dei drammi e dei lutti, assistiamo, poi, allo sconvolgimento del quadro geopolitico globale, che si presenta in modo nuovo e diverso rispetto a quello di soli pochi anni fa. In questo quadro, solo l’utopia del possibile può consentire di aspirare a una riconversione ecologica pacifica, giusta e solidale, che accompagni le trasformazioni economiche e sociali verso forme più “dematerializzate” di produzione, necessarie per far fronte al cambiamento climatico, verso una più auspicabile libertà individuale e, al contempo, verso una maggior coesione sociale? E la gestione dell’energia, fondamentale fonte primaria di ogni economia e di ogni società, si potrà affermare in forme più diffuse e decentrate sul territorio e più direttamente accessibili ai cittadini, visto che l’energia - controllo dei suoi prezzi e dei suoi flussi, in mano a poteri statali e super statali - è stato un tema concorrente quando non direttamente una causa dei più gravi conflitti dal Secondo dopoguerra?
L’auspicio per noi è che alcuni elementi di risposta, sul piano locale, e alcune idee forza, sul piano globale, possano essere espressi da questo Convegno e fornire, per quel che possiamo, un contributo al “predicament of mankind”. Come già si proponeva, proprio sei decadi fa, la ricerca “The limits to growth”.

